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piero gobetti

Chi sono gli italiani e che cosa significa essere italiano?

Chi sono gli italiani? O meglio, che cosa significa essere italiano? Leopardi nel suo famoso saggio  “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” indica nel cinismo, nella mancanza di onore, nell’indifferenza all’opinione pubblica i tipici costumi dei connazionali. La polemica sul carattere degli italiani è antica e ha visto tante opinioni, quasi sempre concordi però nel giudicare complessivamente il popolo della penisola – e ancor più le sue classi dirigenti – privo di quella tempra morale necessaria a una nazione moderna. Familismo amorale, secondo alcuni il problema è quello della moralità pubblica legata al senso di appartenenza alla famiglia, e non alla società. Secondo Leo Longanesi, è proprio questo il motto degli italiani, – tengo famiglia – teso a giustificare ogni assenza di senso della comunità, di coraggio civile, di rispetto delle leggi e delle convenzioni. E l’allocuzione “all’italiana”, intesa come cosa fatta male, sciatta, non organizzata, è presente nella nostra lingua comune, e secondo alcuni è un caso unico al mondo, in cui si dimostra platealmente come il cinismo italico si spinge a denigrare la propria identità e moralità. Siamo cinici su tutto, a partire da noi stessi. Infine alcuni hanno messo in luce la mancanza di rigore morale accompagnata da un sentimentalismo di fondo, teso a giustificare ogni comportamento illegittimo dietro la debolezza umana, comportamento ascritto al cattolicesimo, incline a non giudicare, a tutto perdonare, a comprendere senza condannare. (Ma i cattolicissimi spagnoli sono orgogliosi, rigidi, difensori dell’onore. E dunque? Che c’entra il cattolicesimo?).

Eppure insieme a un indubbio e da tutti riconosciuto carattere nazionale, si deve dire che in Italia si è sviluppata anche un’altra categoria, quella degli anti-italiani, non tanto i detrattori del costume nazionale (che, abbiamo visto, è una caratteristica tipicamente italiana) ma coloro che conoscendo i vizi nazionali, hanno costruito una propria moralità, qualche volta addirittura rigida e inflessibile, a indicare una strada diversa, una direzione alternativa all’Italia, una risposta al cinismo e all’indifferenza.  E l’hanno fatto con scritti e riflessioni, ma soprattutto con l’esempio,  a mostrare che è possibile, anche in questo paese, e proprio per suo amore, costruire un percorso che si allontani dal cinismo e che affermi una rivoluzione morale.

Gli esempi di questo atteggiamento che definiamo anti-italiano non nel senso di anti nazionale, ma in quello di contrarietà al comune sentire, al carattere cinico e indifferente, sono tanti, innanzitutto in letterati e uomini di cultura, così da costituire un vero e proprio modello, minoritario senz’’altro, ma capace di rappresentare per molti un ideale, da rimpiangere o da imitare. Machiavelli, ad esempio, il fondatore della scienza politica moderna, è il primo esemplare moderno di questa categoria, e d è buffo pensare che colui che è famoso per essere il modello del cinismo italico (“il fine giustifica i mezzi”, frase mai pronunciata dal Nostro), campione nell’immaginario della politica che disprezza la morale, sia in realtà un uomo che nella vita politica e nella dottrina ha affermato un modello di alta moralità civile. La sua passione per la politica è passione per un ruolo di utilità sociale: quando viene esiliato e messo da parte da ogni ruolo di politica attivo, lui soffre, si isola in campagna, ma non dimentica mai né la passione per la politica attiva, né il gusto dello studio e dell’approfondimento. La sua lettera  a Francesco  Vettori, in cui narra la sua vita d’esilio, passata a giocare a carte nella bettola, e poi, rivestito da panni eleganti, al cospetto dei suoi amatissimi classici, è un documento di alta religione civile. E la sua dottrina rompe il rapporto tra la politica  e la morale esterna, quella che viene da altre logiche: fare politica significa occuparsi del buon governo e della sicurezza e ricchezza dei governanti, non di altro, e se per raggiungere questo obiettivo si deve infrangere la morale comune, non c’è problema: il buon governo è il vero comandamento morale. Che cosa c’è di meno cinico e italiano di questo?

Certamente il rigidissimo e volenterosissimo Vittorio Alfieri, che scrive tragedie sul dovere e sul potere, è un anti-italiano. Come e più di lui però, il Leopardi di cui abbiamo parlato. Si sa, il poeta di Recanati non era in generale un buontempone e un vacuo ottimista, e quindi il suo sferzante giudizio sugli italiani e sul loro carattere può essere ricondotto al suo pessimismo. Eppure è proprio nella sua poetica che si può trovare una risposta di moralità, ancora una volta definibile anti-italiana (almeno secondo la stessa accezione che Leopardi dà degli italiani). L’ultimo Canto Leopardiano è La Ginestra, scritto in punto di morte nell’esilio vesuviano che Giacomo cercò presso l’amico. Ebbene qui c’è la risposta morale alla durezza della natura, quella risposta che i cinici e vuotamente sentimentali italiani non sanno dare. Non rassegnarsi al fato anche se si consoce il destino che ci appartiene, e non illudersi che si è in grado di cambiare il mondo con le proprie modeste forze. Ma continuare a svolgere il proprio compito, che è la capacità di offrire bellezza e profumo anche nelle lande desolate del Vesuvio, il vulcano sterminatore.

In una folla di cialtroni, di figuranti, di superficiali, di voltagabbana, di teatranti, ma anche di intellettuali senza spina dorsale, senza ordine, senza morale, pronti ad asservirsi all’ultima moda, quando non all’ultimo potente, la figura di Leopardi svetta.

Anche nel 900 troviamo figure eroiche, perché i tempi lo hanno richiesto, di anti-italiani che possono indicarci una generazione continua,  anche se minoritaria. Gobetti e Gramsci, sono amici e collaboratori; due giovani studiosi brillantissimi e dotati di carisma, uno liberale  e l’altro comunista, che si formano nella Torino operaia e industriosa. Gobetti fonda e dirige alcune riviste culturali che rimarranno nella storia italiana e invoca quella Rivoluzione Liberale (come si intitola il suo saggio più famoso) che è innanzitutto una rivoluzione morale, per dare alla Patria una dignità persa, e con il fascismo oramai compromessa. Morirà non ancora trentenne a Parigi, esule e ammalato a causa delle percosse squadriste. Gramsci fondatore del partito comunista, finisce in carcere per questo solo motivo, e vive nella solitudine e nella disperazione, senza mai però arrendersi, dedicandosi a uno studio eccezionale sulla storia e il pensiero nazionale, studio che rappresenta uno dei più alti lasciti della cultura italiana del Novecento. Morirà in ospedale, appena liberato dal carcere per malattia, dopo aver rifiutato ogni compromesso con il regime, isolato anche dal suo partito che aveva temuto la sua libertà di pensiero e la sua insofferenza a una stupida disciplina.

Da Gobetti nascerà non a caso il movimento politico più rigido dal punto di vista morale e più nemico di ogni compromesso con il regime: Giustizia e Libertà da cui poi deriverà il Partito d’Azione, alla cui scomparsa (troppa moralità per il popolo italiano) però gli impulsi animeranno il meglio della politica laica nel nostro paese. Gramsci è tra i fondatori del Partito Comunista Italiano, a cui si devono portare molte critiche e imputare i troppi errori dottrinari e politici, ma che è un caso, unico in Italia, di movimento organizzato di massa in cui davvero le ragioni della morale, dello studio del rigore, del comportamento responsabile e corretto erano la base per tutti i militanti. Sulla bandiera dei comunisti italiani mai sarà scritto “tengo famiglia”.

Ma più recentemente, possiamo ricordare Falcone e Borsellino, che lottano con intelligenza e totale dedizione contro la mafia, sanno di esser condannati a morte, ma seguono il proprio destino con rigore e senza rassegnazione: fanno il loro dovere senza esibizionismi ma senza tentennamenti, anche quando arrivano critiche da colleghi e amici.

Bisogna dunque affidarsi ai pochi eroi per darsi non una speranza, ma una ragione di sollievo? Forse, ma ci sono stati dei momenti, rari, in cui la storia italiana ha preso una piega non indotta dal cinismo, dalla rassegnazione, o dalla sciocca volontà di protagonismo, dalla teatralità fine a se stessa, dal non rispetto delle regole e delle leggi. Il Risorgimento è stato uno di questi magici momenti, in cui la migliore gioventù ha a avuto la meglio su una storia secolare di asservimento al potente, di rassegnazione, di cupo pessimismo. Un miracolo in cui contro la volontà di tutte le potenze europee, contro l’opinione di intellettuali, potenti, gerarchie, alcuni giovani entusiasti, animati da ideali grandi e confusi, hanno saputo creare l’unità della Patria. E poi la Resistenza, in cui ancora un gruppo di giovani italiani, un’ampia minoranza, ha saputo riscattare la vergogna di un ventennio di totalitarismo e una guerra persa con infamia. Ci sono momenti in cui gli italiani si fanno guidare da una minoranza consapevole e entusiasta, e in cui invertono la direzione della storia  e la loro stessa natura. C’è da augurarsi che di questi anti italiani cresca la genia, e che il nostro carattere nazionale sia sconfitto.